Quanti ricordi in una filastrocca!
novembre 24, 2008 by ELY
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Semmai qualcuno avesse avuto un nonno come il mio, ferroviere, napoletano verace e dedito alla poesia in stretto vernacolo un pò perchè amava la lingua di origine ma credo soprattutto perchè non sapesse esprimersi bene nella madrelingua , allora può comprendere quanti ricordi mi si affacciano alla mente alla vista di parole e filastrocche come questa che sto scrivendo. Sono ricordi d’infanzia che tutti hanno nei cassetti della loro memoria e che rammentano sapori e odori di una volta che non tornano mai più neanche sforzandosi. Il nonno amava cucinare e scrivere e conosceva a memoria, tutti i poeti napoletani e le loro poesie. La domenica mattina il suo rituale preferito era quello di preparare un pranzetto con i fiocchi cantilenando le sue filastrocche preferite e ricordo noi nipotini, una sfilza di cuginetti smilzi, che lo guardavamo col naso sporco di farina mentre impasticciava tra i fornelli e ascoltavamo con la bocca aperta, quelle che a noi sembravano chissà perchè poi, parole d’angelo , proprio dette da un angelo tanto suonavano paradisiache forse per l’inflessione fortemente dialettale e dolcissima nello stesso tempo. Il nonno sapeva tenerci buoni come tutti i nonni sanno fare, dalle sue labbra si sprigionava un fiume incandescente di parole che ci zittiva all’istante incapaci di proferir nessuna sillaba, incantati ed ammaliati dai suoi racconti , migliori di qualsiasi leccornia nascosta nella madia o fatta uscire a sorpresa dal suo grembiulone macchiato d’olio di frittura. Credo che solo i nonni sappiano operare queste magie, specialmente quei fragili vecchietti con un patrimonio così importante custodito nella mente e nel cuore e che per noi valeva molto più di un mondo di marzapane e di zucchero filato. E quante volte ho rimpianto di non aver saputo custodire gelosamente come era giusto fosse fatto, quegli scritti che qualche adulto “incompetente” dopo la sua morte, gettò via giudicandoli inutili e semplice carta straccia mentre oggi avrebbero un valore affettivo inestimabile ma mai quanto l’eredità che mi ha lasciata, tramandandomi l’amore per la poesia e la consapevolezza che ciò è un dono che non possiedono tutti. Trascrivo perciò, quella che era la filastrocca che per eccellenza veniva cantilenata come una rapsodia di goccie di pioggia su foglie secche d’autunno.
Bàcule, Bàcule, ‘o calamaro,
‘a Maronna ‘mmiez”o mare,
Gesù Cristo a lu puntone
che spanneva ‘e muccatore.
Ohi mà’, ‘nu poco ‘e pane,
figliu mio nun ce ne sta;
mò vene San Giuseppe
e te porta ‘e cose belle,
e ‘o chicco e ‘o cocco
e ‘o pane cu’ ‘a ricotta,
‘a ricotta salata,
‘o cappelluccio arricamato;
ricamato a me, ricamato a te.
‘A gallina zoppa zoppa,
quanti penne tene ‘ncoppa?
E ne tene vintitré,
uno doje e tré.
E teneva ‘nu susamiello;
miezo a me, miezo a te,
miezo a ‘a figlia d”o Rre.
Munzù, munzù, munzù,
è gghiuta ‘a zoccola ‘int”o rraù.
‘A signora nun ”o vo’ cchiù,
magnatillo tutto tu.
Potrei tradurre questo scritto in italiano, ma credo non avrebbe la stessa magia e anzi, il solo pensiero mi fa star male, le filastrocche vanno conservate così come sono, non buttate nel dimenticatoio, andrebbero tramandate e serbate integre e bellissime come i ricordi che ognuno di noi custodisce gelosamente e che nessuno può distruggere neanche la mano inesorabile del tempo che rovina ogni cosa tranne quello che di più caro abbiamo nel nostro cuore.

Quando la filastrocca sa di antico
novembre 24, 2008 by ELY
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Le filastrocche non hanno un autore ma sono il risultato di una elaborazione della gente, sono quindi una sorta di nenia tramandata da nonno a nipote si può dire. Chi di noi non ricorda anche se vagamente qualche cantilena cantata dalla nonna per farlo addormentare o quietare? Sono cose che rimangono impresse insieme all’odore inconfondibile dei panni lavati col sapone di marsiglia sul grembiule candido delle nostre vecchie ave che si prodigavano per farci addormentare tra le loro braccia a mò di culla dondolante. L’origine di queste tiritere, sono discordanti e svariate, alcuni affermano che sono parole derivanti dal rapporto mamma-figlio con lo storpiamento di un linguaggio che si stabilisce tra di loro magari duplicando le sillabe che pronuncia la mamma ed in questa
specie di gioco di affettuose relazioni, ecco nascere quelle filastrocche che vengono conservate nel tempo.
Alcuni studiosi addirittura affermano che derivano da antiche formule magiche, vecchi riti ed ambigue cerimonie che poi hanno dato un risultato senza un senso e quasi incomprensibile. Gli scongiuri ad esempio pare siano delle vere e proprie formule magiche espresse per allontanare spiriti maligni dalle case e dalle persone.
Un ‘antica filastrocca o tiritera, come dir si voglia,di origine campana recita più o meno così“Aglio, fravaglia, fattura ca un quaglia, corna, bicorna, fattura ca nun coglie, cap e alice e cap d’aglio” e tale frase ripetuta più volte, risulta confermare la teoria di alcuni studiosi che ritengono appunto essere le filastrocche, antichi riti contro gli spiriti. Quella appena menzionata, è infatti una delle più note cantilene che le vecchie donne campane, recitavano fuori gli usci delle case nelle serate invernali per mandar via il malocchio che secondo le credenze popolari si poteva insediare in un’abitazione e per allontanare eventuali cosiddette “fatture” gettate da gente poco raccomandabile entrata in casa a far visite poco desiderate.
Molte filastrocche sono state nel tempo italianizzate dalle loro versioni dialettali. Una in particolare molto nota in Campania, allegra e gioiosa, è quella di cicerenella la cui versione originale, è in stretto vernacolo napoletano. La riportiamo qui di seguito italianizzata e ripulita da quei termini che a chi non conosce il dialetto, potrebbero apparire alquanto astrusi:
Cicerinella aveva un podere
tutti i giorni l’andava a vedere
e ci aveva la briglia e la sella
era il podere di Cicerinella.
Cicerinella aveva una mula
tutti i giorni la dava a vettura
e ci aveva la briglia e la sella
era la mula di Cicerinella.
Cicerinella aveva un gallo
lo portava alla festa da ballo
e ci aveva la briglia e la sella
era il gallo di Cicerinella.
Cicerinella aveva un cane
gli faceva mangiare il pane
e ci aveva la briglia e la sella
era il canino di Cicerinella.
Cicerinella aveva un topo
gli faceva soffiare il foco
e ci aveva la briglia e la sella
era il topino di Cicerinella.
Cicerinella aveva un gatto
gli faceva leccare il piatto
e ci aveva la briglia e la sella
era il gattino di Cicerinella.
Che ben vengano allora le filastrocche che anche se senza senso o incomprensibili, fanno parte di una cultura dove purtroppo i testi dialettali sono finiti nel dimenticatoio…un vero peccato se si pensa che facevano parte delle nostre origini.












































